Beforeigners: quando il viaggio nel tempo diventa una questione sociale
Ci sono serie televisive che nascono per intrattenere e serie che nascono per disturbare, nel senso migliore del termine. Beforeigners, produzione norvegese targata HBO Nordic andata in onda tra il 2019 e il 2021, appartiene decisamente alla seconda categoria. Eppure, nonostante la qualità indiscutibile, è rimasta ai margini del dibattito televisivo internazionale, oscurata da produzioni più rumorose e meglio distribuite. Un’ingiustizia che vale la pena correggere, almeno in parte.
Il concept di partenza è tanto semplice quanto geniale: persone provenienti da epoche diverse della storia — vichinghi, uomini dell’Ottocento, individui dell’era preistorica — cominciano a materializzarsi nelle acque al largo di Oslo, senza spiegazione apparente. La società norvegese contemporanea deve fare i conti con questa nuova realtà: integrare, gestire, comprendere. I “beforeigners” del titolo — neologismo che fonde “before” e “foreigners” — diventano così una minoranza da accogliere o da temere, a seconda dei punti di vista.
Fantascienza come metafora, non come spettacolo
Quello che colpisce di più è la scelta di non indugiare sullo spettacolo del viaggio nel tempo. Non ci sono macchine del tempo, paradossi da risolvere, eroi in calzamaglia. La serie usa il suo presupposto fantascientifico come pretesto per raccontare qualcosa di molto più urgente: il razzismo, la xenofobia, l’incapacità delle società occidentali di gestire l’alterità. I “beforeigners” sono trattati esattamente come i migranti di oggi — con diffidenza, paternalismo, sfruttamento. La metafora è esplicita ma mai didascalica, e questo è un merito non da poco.
La struttura narrativa è quella del poliziesco: un detective del presente e una “beforeigners” proveniente dall’era vichinga si trovano a indagare insieme su una serie di omicidi. Il duo funziona perché la serie evita ogni romanticismo facile e preferisce la frizione autentica tra due modi di vedere il mondo radicalmente incompatibili. Il ritmo è lento, nordico nel senso più autentico del termine, e richiede pazienza da parte dello spettatore.
Un’occasione mancata dalla distribuzione
Il vero limite di Beforeigners non è artistico ma distributivo. La serie non è mai stata resa facilmente accessibile al pubblico italiano, e questo ha contribuito a relegarla in una nicchia di appassionati. È un peccato, perché si tratta di uno dei tentativi più riusciti degli ultimi anni di fare fantascienza “europea”: sobria, politicamente consapevole, esteticamente coerente con il paesaggio che la ospita. Oslo invernale, i fiordi, la luce piatta del Nord — tutto contribuisce a creare un’atmosfera unica.
Se c’è una critica da muovere, è che la seconda stagione fatica a mantenere la tensione concettuale della prima, scivolando in alcune occasioni verso convenzioni di genere che la serie sembrava voler evitare. Ma il nucleo rimane solido.
Beforeigners è la dimostrazione che la fantascienza migliore non ha bisogno di budget hollywoodiani: ha bisogno di un’idea forte e del coraggio di non spiegarla troppo. Per chi ama le serie nordiche e non ha paura di un racconto che lascia più domande che risposte, è una visione quasi obbligatoria — ammesso di riuscire a trovarla.







