- I Soprano: quando la televisione è diventata letteratura
La notizia della scomparsa di Vincent Pastore, il volto indimenticabile di Salvatore “Big Pussy” Bonpensiero, riaccende inevitabilmente i riflettori su I Soprano — e forse è giusto così. Perché ogni occasione per tornare a parlare di questa serie è, in fondo, un’occasione per ricordare il momento preciso in cui la televisione ha smesso di essere un medium di serie B e ha cominciato a competere con la grande narrativa del Novecento.
Creata da David Chase e andata in onda su HBO dal 1999 al 2007, I Soprano racconta le vicende di Tony Soprano, boss della criminalità organizzata del New Jersey, costretto a barcamenarsi tra le pressioni della famiglia mafiosa che guida e le fragilità di quella domestica che abita. L’intuizione geniale di Chase è stata quella di affidare questo personaggio a James Gandolfini, costruendo un antieroe di rara complessità: violento, sentimentale, codardo e coraggioso nello stesso respiro. Un uomo che va in terapia — dettaglio che all’epoca sembrò quasi sovversivo — e che piange per i cigni di un laghetto con la stessa intensità con cui ordina esecuzioni.
Un universo morale senza rete di sicurezza
Ciò che distingue I Soprano da qualsiasi altra serie crime non è la violenza, né il glamour mafioso che pure non manca. È la totale assenza di un punto di vista morale rassicurante. Chase non assolve Tony, ma non lo condanna nemmeno in modo semplicistico. Lo osserva, con la stessa distanza fredda e curiosa di uno psichiatra — non a caso la dottoressa Melfi, interpretata da Lorraine Bracco, è uno dei personaggi più lucidi dell’intera storia della TV americana. Lo spettatore è costantemente invitato a empatizzare con un uomo che compie azioni imperdonabili, e questa tensione non si allenta mai nel corso delle sei stagioni.
Il cast corale è straordinario: Edie Falco nei panni di Carmela Soprano costruisce forse il personaggio femminile più sfaccettato della televisione degli anni Duemila, capace di incarnare la complicità silenziosa con il male e il desiderio genuino di redenzione. E poi c’era lui, Vincent Pastore, con quel Big Pussy che nella seconda stagione regala uno degli archi narrativi più strazianti dell’intera serie — un personaggio che il pubblico amava e che la storia ha trattato con una crudeltà logica e inevitabile.
Un finale che ancora divide, e non a caso
Attenzione: il paragrafo seguente contiene riferimenti al finale della serie. L’ultimo episodio, con quella dissolvenza al nero improvvisa e definitiva, è probabilmente il finale più discusso della storia televisiva. Interpretato come morte, come ambiguità, come atto metacinematografico, continua a generare dibattiti a quasi vent’anni di distanza. È il sigillo perfetto su un’opera che non ha mai voluto dare risposte facili.
I Soprano non è solo una serie da vedere: è un’esperienza culturale che ha ridefinito le aspettative del pubblico e aperto la strada a tutto ciò che è venuto dopo — da Breaking Bad a Mad Men, fino alle produzioni più ambiziose di oggi. Rivisitarla oggi, magari proprio in memoria di Pastore, significa riscoprire quanto quella televisione fosse coraggiosa, adulta e irripetibile.
Voto: 10/10 — Un capolavoro assoluto, senza riserve.







