La legge di Lidia Poët: quando il costume italiano sa mordere davvero
C’è un momento preciso in cui ci si rende conto che La legge di Lidia Poët non è la solita serie in costume italiana. È quando la protagonista, interpretata da una Matilda De Angelis in stato di grazia, guarda dritto in camera con quella miscela inconfondibile di ironia e determinazione, e capisci che non stai assistendo a un semplice biopic romanzato, ma a qualcosa di più sfacciato e consapevole. La notizia che la serie approderà finalmente in chiaro è l’occasione giusta per tornare a ragionare su uno dei prodotti più riusciti del recente panorama televisivo italiano.
La serie si ispira alla figura reale di Lidia Poët, prima donna avvocata d’Italia, che a fine Ottocento si trovò a combattere contro un sistema giudiziario e sociale che la escludeva per ragioni di genere. Netflix ha costruito attorno a questo personaggio storico una struttura da crime procedurale: ogni episodio ruota attorno a un caso da risolvere, con Lidia che si muove ai margini della legge — non potendo esercitare ufficialmente — affiancata dal fratello avvocato e da un giornalista dalla moralità elastica. Torino di fine Ottocento fa da sfondo, restituita con una cura visiva che bilancia l’autenticità storica con una patina moderna e quasi fumettistica.
Il punto di forza della serie è proprio questo equilibrio — a tratti audace — tra fedeltà all’epoca e libertà narrativa. La legge di Lidia Poët non ha paura di essere anacronistica nel tono, di far parlare i personaggi con una disinvoltura contemporanea, di inserire una sensibilità tutta attuale nelle dinamiche di potere e di genere. C’è chi ha storto il naso davanti a questa scelta, accusando la serie di superficialità storica. Ma è una critica che manca il bersaglio: lo show non vuole essere un documentario, vuole essere un racconto popolare e appassionante che usa il passato per parlare del presente. E in questo riesce con una coerenza stilistica invidiabile.
Matilda De Angelis è il cuore pulsante di tutto. L’attrice bolognese costruisce un personaggio che è allo stesso tempo simbolo e donna in carne e ossa, con le sue contraddizioni, i suoi slanci e le sue fragilità. Non è un’eroina monolitica: è qualcuno che sbaglia, che si impunta, che a volte perde. Accanto a lei, il cast di supporto funziona bene, anche se alcune figure secondarie restano un po’ in superficie nel corso delle stagioni.
Il formato procedurale, con i casi settimanali, è un’arma a doppio taglio: garantisce ritmo e accessibilità, ma rischia di appiattire la complessità del personaggio in schemi ripetitivi. È il limite strutturale più evidente della serie, quello che separa un prodotto molto buono da uno eccellente. Quando invece la sceneggiatura si concede respiro per approfondire la dimensione personale e politica di Lidia, la serie tocca vette di qualità che poche produzioni italiane recenti hanno raggiunto.
Che arrivi in chiaro è una buona notizia per tutti. Non perché Netflix non meriti abbonati, ma perché una storia come quella di Lidia Poët — italiana, femminile, scomoda — merita di raggiungere il pubblico più vasto possibile. È il tipo di racconto di cui la televisione generalista italiana ha disperatamente bisogno: moderno nella forma, radicato nella storia, capace di intrattenere senza rinunciare a dire qualcosa. Bentornata, Lidia.







